A volte mi capita di guardare Vite al limite, il programma che segue per un anno la vita di persone patologicamente obese che provano a ridurre il proprio peso a un livello più salutare e sostenibile, solitamente attraverso l’assistenza – dietologica prima e chirurgica poi – di quella che è la vera star del programma: il Dottor Younan Nowzaradan.

Già, perché questo chirurgo statunitense di origini iraniane è forse anche l’elemento che più mi spinge a fermare lo zapping. Sarà perché anch’io ho avuto problemi di obesità, e quindi in un modo o nell’altro questi temi catturano la mia attenzione.

Ma i modi schietti e secchi con cui mette i suoi pazienti di fronte alla realtà delle cose – o con cui riprende chi sgarra la sua dieta ipocalorica – mi lasciano sempre affascinato.

Il marchio di fabbrica del Dottor Nowzaradan – diventato in breve protagonista di una serie di meme che hanno spopolato sul web – sta proprio in questi suoi dialoghi di (poco) tatto con pazienti che spesso mentono sulle loro abitudini alimentari, arrampicandosi sugli specchi davanti a una “bilancia che non mente” (cit.), anche a fronte di un rischio molto realistico poiché se non seguono le sue regole per perdere peso, possono rischiare anche la vita.

Ecco, questo programma mi ha fatto venire in mente un parallelismo tra il suo lavoro e quello di chi si occupa di marketing e comunicazione: perché è vero che questi ultimi non salvano vite, ma possono contribuire – insieme a molti altri fattori, per carità – a salvare aziende. E no, non mi sembra di esagerare.

Perché ancora troppo spesso il marketing, per non parlare della sua declinazione digitale – divinizzata e sulla bocca di tutti in fase di lockdown, oggi mah non si capisce bene – vengono visti e vissuti alla stregua di una fastidiosissima dieta imposta dal Dottore, che “sì devo farla però alla fine anche se non la seguo proprio alla lettera ce la faccio, e poi che diamine, si vive una volta sola”.

Senza un supporto e una motivazione reciproca, la storia tra marketing e impresa difficilmente avrà un lieto fine.

L’uno ha bisogno dell’altro. Non basta “fare i pezzi” che poi vediamo come venderli, né tantomeno è sufficiente fare solo fumo se poi non c’è nessuno che prepara l’arrosto.

Come ha scritto Seth Godin nel suo ultimo libro, fare è insufficiente. Non avrai esercitato un impatto finché non avrai cambiato qualcuno o qualcosa: il modo di pensare del capo, il sistema scolastico, la domanda del tuo prodotto”.

Perché è vero che nell’immediato un’azienda può anche fare a meno di un/una markettaro/a, ma alla lunga, se non riesce a parlare con un mercato che cambia con la frequenza del feed dei social, finisce a fargli/le compagnia sulla panchina del parco (con dovuto distanziamento sociale e D.P.I., sia chiaro).