Questa mattina – a differenza dei giorni precedenti – non diluviava, perciò ho ripreso la bicicletta per andare a lavoro.

All’incirca a metà strada, in un punto in cui la ciclabile diventa un lungo rettilineo pizzicato tra la strada principale e il tipico controviale torinese, mi imbatto in una scolaresca che, muovendosi nella mia stessa direzione, cammina occupando l’intera pista.

Sono bambini che, a vederli, hanno tra i 7 e i 9 anni, e sono guidati dalle due maestre: una in testa e una in coda alla fila.

Vista la situazione, inizio a scampanellare da lontano, ma non si muove una foglia – e nemmeno un bambino. A quel punto, avendo ormai raggiunto il gruppo, metto piede a terra e insisto gridando “Permesso!!”. Solo a quel punto la maestra in coda alla fila si gira, mi osserva e mi dice “Eh, porti pazienza, tra 50 metri attraversiamo e ci togliamo”.

Solitamente sono molto caloroso nel rispondere in situazioni del genere.

Stavolta, però, è diverso.

Sarà per la presenza dei bambini; o perché, accortisi della mia presenza, iniziano da soli a urlarsi l’uno con l’altro “Facciamo passare la biciii” e, in pochi secondi, una corsia si libera per passare.

Ciò che più mi sconforta è che le maestre stanno consapevolmente portando i bambini a camminare su una pista ciclabile – che, di norma, dovrebbe essere riservata a chi va in bici – pur avendo comunque un marciapiede a disposizione a pochi metri.

Insomma, le stesse che in quel momento rappresentano per i bambini l’autorità, che hanno il ruolo di “guide” nel senso più ampio del termine, trasmettono loro un semplice messaggio: “Stiamo violando una regola ma tanto è solo per 50 metri, quindi va bene lo stesso”.

Se chi è preposto a trasmetterti le regole e il bagaglio culturale che userai per vivere è anche il primo ad insegnarti che certe direttive si possono non considerare o aggirare “che tanto va bene lo stesso”, come potrà poi quella persona pretendere da te totale allineamento ai dettami che invece le faranno comodo?

Ho collegato questo episodio a quanto finora mi è sempre successo il primo giorno di lavoro in una nuova realtà.

Perché? Perché in nessun caso ho mai avuto l’onore di arrivare in azienda e trovare il mio nuovo responsabile a dirmi cosa ci stavo a fare lì e perché.

Ok, in parte sono argomenti che si affrontano nei colloqui, ma è forse sufficiente accennarli in quelle occasioni per far sì che la persona, sin dai primi minuti in azienda, abbia già chiaro il suo ruolo e come può e deve interagire col resto dell’organizzazione?

Una volta, tanto per dire, non sapendo con chi farmi parlare, cosa farmi fare e non avendo nemmeno un pc da darmi, mi hanno fatto fare il giro delle cassette del pronto soccorso presenti in ufficio. Certamente encomiabile dal punto di vista della sicurezza, forse un po’ meno da quello organizzativo e comunicativo.

Soprattutto, che impressione si ha di chi – in un’occasione così importante – dovrebbe iniziare da subito a passarti le regole e il bagaglio culturale che userai per lavorare di lì in poi e che invece diserta l’appuntamento?

La trasmissione dei valori e della cultura di un’organizzazione passa anche – soprattutto – da questi gesti, da queste attenzioni. Dal caro vecchio principio di reciprocità secondo cui per ricevere, devi prima dare.

Possiamo riempirci la bocca finché ce ne sta di concetti come branding, engagement, employee caring, ma se poi continuiamo a sottovalutare l’importanza del rispetto e del suo insegnamento, non andremo tanto più in là di un’organizzazione gerarchica in senso classico, pur cambiandone il nome sull’etichetta che ci appiccichiamo sopra.

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