…ma come si applica la forza.

Prendo in prestito questa affermazione matematico-sessuale per parlare di un tema che affligge ancora troppi operatori (a vario titolo e livello) di marketing: la lunghezza del…contenuto.

Per l’ennesima volta mi è capitato, durante una riunione di lavoro, di assistere a battibecchi del tipo “Gli articoli bisogna farli di almeno 1.200 parole per avere benefici SEO” oppure “No, al massimo 600 parole perché tanto se son più lunghi non li legge nessuno”.

Affermazioni false? Assolutamente no. Allora sono corrette? Nemmeno per sogno.

La domanda è: hai mai avuto bisogno di un numero standard di parole per rimanere ipnotizzato da un testo scritto bene?

È inutile che ti concentri solo su quanto ce l’hai lungo (il post) se poi quello che hai da offrire a livello di contenuto fa pietà.

I tecnicismi sul numero di parole ideali sono indicazioni che hanno dei limiti. Prima di tutto perché tali affermazioni andrebbero sempre sostenute da test e dati (hai presente Google Analytics?).

Poi è vero che, in linea teorica, contenuti di almeno 1.000 parole possono apportare miglioramenti alla tua SEO perché potenzialmente ti danno la possibilità di lavorare con accuratezza sulle tue keyword. Oppure che, bombardati dai millemila stimoli a cui siamo sottoposti, difficilmente spendiamo tempo a leggere contenuti “lunghi” e ci limitiamo a scansionarli alla ricerca di qualcosa che ci attira o ci interessa.

Ma sarà proprio così? O è solo un modo molto comodo per mettere la testa sotto la sabbia e far finta che la questione del “saper coinvolgere con la scrittura” non esiste?

Per me è questo il tema centrale.

Se il lettore scansiona e se ne va subito, non si può dare la colpa esclusivamente al numero più o meno eccessivo di parole, alla vita che ci stressa o al fatto che l’italiano medio legge a malapena un libro all’anno.

Sono tutti fattori di cui tener conto, per carità.

Ma un minimo di autocritica anche da parte di chi scrive non sarebbe affatto male.

Perché spesso è la quantità di post, articoli e testi da produrre ad abbagliare, e non la loro effettiva qualità.

Forse bisognerebbe lasciar andare l’idea di informare e dare spazio al comunicare, nel senso originario di mettere in comune, di trovare un punto di contatto – in termini di linguaggio ed emozione – col lettore.

Ritrova il piacere di scrivere, di lavorare sulla lingua italiana, sullo stile, sul tono.

Posa il maledetto righello e scrivi pensando ai bisogni dei tuoi lettori, non a quelli dei bot di Google.

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